44° Congresso Eucaristico Internazionale di Seoul, 1989

seoul

1.

Adorazione eucaristica

Sabato, 7 ottobre 1989- Chiesa parrocchiale di Nonyong (Seoul)

 

    1. Sia lodato Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare!

    È con grande gioia che rendo lode a nostro Signore insieme a voi. A tutti voi - Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici - io dico “Sia lodato Gesù! Lodiamo il Signore!”.

    Il mio saluto particolare va alla parrocchia di Nonhyon-dong: ai sacerdoti e alle suore, al consiglio parrocchiale e a tutti i parrocchiani che mi hanno accolto qui con tanto amore ed entusiasmo. Desidero anche ringraziare tutti quegli uomini e quelle donne impegnati che prestano il loro servizio quali ministri straordinari dell’Eucaristia. È molto appropriato che la mia prima sosta in mezzo al popolo coreano abbia luogo in una chiesa come questa, in cui le menti e i cuori dei fedeli sono costantemente levati in adorazione dinanzi a Cristo nella santissima Eucaristia,
- a Cristo che si offre in sacrificio al Padre per la nostra salvezza;
- a Cristo che si dà a noi per nutrirci come pane di vita, affinché anche noi possiamo offrirci per la vita degli altri;
- a Cristo che ci consola e ci rafforza nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua costante presenza ed amicizia.

    Nel contemplare il Verbo fatto carne, ora sacramentalmente presente nell’Eucaristia, gli occhi del nostro corpo sono uniti a quelli della fede mentre contemplano la presenza “per eccellenza” di Emmanuele, “Dio con noi”, fino al giorno in cui il velo sacramentale verrà sollevato nel Regno dei cieli.

    Se vogliamo fare l’esperienza dell’Eucaristia quale “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11), dobbiamo celebrarla con fede, riceverla con rispetto, e permetterle di trasformare le nostre menti e i nostri cuori attraverso la preghiera dell’adorazione. Solo approfondendo la nostra comunione eucaristica con il Signore attraverso la preghiera personale possiamo scoprire cosa egli ci chiede nella vita quotidiana. Solo attingendo profondamente alla sorgente dell’acqua di vita “che zampilla dentro di noi” (cf. Gv 4, 14), possiamo crescere nella fede, nella speranza e nella carità. L’immagine della Chiesa in adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento ci ricorda la necessità di entrare in dialogo con il nostro Redentore, di rispondere al suo amore e di amarci l’un l’altro.

    2. Cari fratelli sacerdoti che siete qui riuniti oggi insieme al Papa in così gran numero: questo grande sacramento di amore, così ricco di significato per la vita cristiana di tutti i fedeli, ha un valore particolare per tutti noi che abbiamo il privilegio di celebrare “in persona Christi”. Il Concilio Vaticano II parla della “carità pastorale” che scaturisce soprattutto dall’Eucaristia. “il centro e la radice di tutta la vita del Presbitero” Presbyterorum Ordinis, 14). Il Concilio prosegue dicendo che il sacerdote deve cercare di far suo ciò che si compie nel sacrificio eucaristico, ma che “ciò non è possibile se i sacerdoti non penetrano sempre più a fondo nel mistero di Cristo con la preghiera . . .” Presbyterorum Ordinis, 14). E così essi devono “ricercare e implorare da Dio . . . l’autentico spirito di adorazione” Presbyterorum Ordinis, 19).

    Cari fratelli, cos’è questa carità pastorale che scaturisce dal sacrificio eucaristico e che si perfeziona attraverso la preghiera e l’adorazione? Per rispondere a questa domanda dobbiamo entrare nel mistero di Cristo. Egli “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo . . . apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8). È questo l’eterno sacerdote presente nell’Eucaristia: il Figlio di Dio che “spogliò se stesso” e che Dio risuscitò per la nostra salvezza, il Figlio dell’uomo “che non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10, 45).

    La carità pastorale è quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il nostro dono di sé, che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi, perché, quali pastori, dobbiamo essere assai sensibili alla verità contenuta nelle parole di san Paolo: “Tutto è lecito. Ma non tutto è utile . . . Ma non tutto edifica” (1 Cor 10, 23).

    3. Se siamo chiamati ad imitare il dono di sé di Cristo, noi sacerdoti dobbiamo vivere ed agire in un modo che ci consenta di essere vicini a tutti i membri del gregge, dal più grande al più piccolo. Noi desideriamo dimorare in mezzo a loro, sia che siano ricchi o poveri, istruiti o bisognosi di educazione. Saremo pronti a dividere le loro gioie e i loro dolori, non soltanto nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere, ma anche insieme a loro, affinché attraverso la nostra presenza e il nostro ministero essi possano sperimentare l’amore di Dio. Noi desideriamo abbracciare uno stile di vita semplice, a imitazione di Cristo che si è fatto povero per amor nostro. Se a un sacerdote viene meno la povertà in spirito, sarà difficile per lui capire i problemi dei deboli e degli emarginati. Se non si sente disponibile prontamente per tutti, il povero e il bisognoso troveranno quasi impossibile avvicinarlo e aprirsi a lui senza imbarazzo.

    La carità pastorale ci rende anche ansiosi di servire il bene comune di tutta la Chiesa, e di edificare il Corpo di Cristo, evitando ogni forma di scandalo o di divisione. Nelle parole del Concilio: “La fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa. La carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino sempre in stretta unione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio. Se procederanno con questo criterio troveranno l’unità della propria vita nell’unità stessa della missione della Chiesa” (Presbiterorum Ordinis, 14). Cristo non ha esitato ad offrire la sua vita per obbedire al Padre. Seguendo il suo esempio, i sacerdoti devono avere la prudenza, la maturità e l’umiltà per lavorare in armonia e sotto la legittima autorità per il bene del Corpo di Cristo, e non arbitrariamente per conto proprio.

    La carità pastorale si estende anche al campo missionario in seno alla Chiesa universale. Come ho detto ai sacerdoti e ai religiosi nel corso della mia prima visita al vostro Paese nel 1984, la solenne sfida delle vostre vite è quella “di mostrare Gesù al mondo, di condividere Gesù col mondo” (cf. Allocutio Seuli ad Presbyteros et Religiosos habita, die 5 maii 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 1 [1984] 1259 ss.). Oggi più che mai siamo consapevoli delle necessità spirituali e materiali dei popoli, anche di quelli che sono molto lontani da noi. Vi sollecito a cooperare generosamente con i vostri Vescovi per contribuire a portare avanti la missione universale della Chiesa, che è quella di predicare il Vangelo. Possiate continuare a promuovere un’autentica coscienza missionaria fra tutti i cattolici, mentre pregate e lavorate per l’aumento delle vocazioni coreane al sacerdozio e alla vita religiosa destinate alle missioni estere.

    4. Cari fratelli, so che il vostro generoso e zelante ministero è una parte importante della vigorosa vita della Chiesa in Corea. Siete molto impegnati nelle vostre parrocchie, nei loro numerosi apostolati e nei sodalizi organizzati, ed in molti corsi per il catecumenato. Proprio perché è tanto quel che vi viene chiesto, è sempre più importante che siate uomini di preghiera dinanzi al Santissimo Sacramento, che “imploriate da Dio l’autentico spirito di adorazione” Presbyterorum Ordinis, 19), perché siate ricolmi dell’amore di Cristo. Solo in questo modo potrete sperare di crescere in quella carità pastorale che rende fruttuosa la vostra vita e il vostro ministero.

    Alla preghiera dobbiamo aggiungere la continua formazione spirituale e intellettuale, che è tanto essenziale se vogliamo continuare a donarci a imitazione di Cristo. La nostra vita interiore deve essere rinnovata e nutrita attraverso gli esercizi spirituali, la lettura e lo studio. Come il padrone che Gesù cita nel Vangelo, il sacerdote è colui che “estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52).

    Infine, ai laici qui presenti e a tutti i laici della Corea rivolgo questo appello: pregate per i vostri sacerdoti. Pregate per le vocazioni al sacerdozio. Proprio alla presenza dell’Eucaristia comprendiamo e apprezziamo meglio il dono del sacerdozio, perché le due cose sono inseparabili. La vostra partecipazione alla vita della Chiesa e il vostro impegno a vivere il Vangelo sono una grande fonte di incoraggiamento per i sacerdoti. Voi non soltanto li ispirate ad una carità pastorale ancora più grande, ma create anche un campo fertile in cui le vocazioni al sacerdozio possono crescere in risposta alla chiamata di Dio.

    Cari fratelli e sorelle, cari fratelli Vescovi, cari fratelli nel sacerdozio! Sia lodato Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare! Sia lodato il nostro Salvatore, la cui presenza nell’Eucaristia ci accompagna nel nostro pellegrinaggio terreno!

    A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

SEUL

2.

Omelia alla «statio orbis»

Domenica, 8 ottobre 1989 - Youido Plaza di Seoul

 

    “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11, 26).

    Fratelli e sorelle della Chiesa in Corea, fratelli e sorelle riuniti da tutte le parti del mondo per onorare Gesù Cristo nell’Eucaristia. Sia lodato il Signore! Sono venuto di nuovo nella vostra Seoul, è bello rivedervi. Ringraziamo insieme il Signore.

    1. Cinque anni fa, qui nella Youido Plaza, celebrammo insieme il bicentenario della presenza della Chiesa in questa terra con la solenne canonizzazione di centotre santi martiri di Corea. Essi sono i testimoni splendenti di quanto profondamente i figli e le figlie di questa terra sono uniti in Cristo. Oggi il nostro Padre celeste mi dà la grazia di celebrare questa solenne Eucaristia alla chiusura del quarantaquattresimo Congresso Eucaristico Internazionale. Il sacrificio della Messa approfondisce meravigliosamente la nostra comunione con quei martiri coraggiosi, e con tutti i santi - in primo luogo con Maria, madre del Redentore - affinché tutti coloro che condividono il Corpo e il Sangue di Cristo in ogni luogo e in ogni tempo siano uniti dallo Spirito Santo (cf. Prex Eucharistica II).

    La comunione dei santi ha la sua fonte più profonda in Cristo e la sua piena espressione sacramentale nell’Eucaristia: “Poiché c’è un solo pane noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Cor 10, 17). Infatti, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, ritorniamo al Cenacolo a Gerusalemme, la sera prima della Pasqua. La celebrazione dell’Eucaristia da parte della Chiesa non può essere separata da quel momento. In quel luogo, Gesù parlò agli apostoli della sua morte che redime. Lì, istituì il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue sotto forma di pane e vino, seguendo il tradizionale rito ebraico del pranzo pasquale.

    Dando loro il pane, Gesù diceva che era il suo corpo che stava per offrire sulla Croce. Dando loro il calice del vino, diceva che era il suo sangue che avrebbe versato in sacrificio sul Calvario. Poi Gesù disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 24). Gli apostoli ricevettero il sacramento del Corpo e del Sangue del Redentore, come la Pasqua che veramente salva.

    2. Mentre tutto ciò stava accadendo nel Cenacolo a Gerusalemme, gli apostoli forse ricordavano quelle parole pronunciate un giorno a Cafarnao, dove Gesù aveva miracolosamente moltiplicato il pane per la folla che ascoltava il suo insegnamento: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 53-54).

    Cafarnao aveva preparato gli apostoli per il Cenacolo. Ciò che era stato promesso a Cafarnao è diventato realtà a Gerusalemme. “Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6, 55-56).

    Sì, Gesù Cristo è la “nostra Vita e Risurrezione”. I figli e le figlie di Israele mangiarono la manna che Dio aveva mandato loro nel deserto, ma ciò nonostante morirono. Gesù ha dato il pane eucaristico, come fonte di vita che è più forte della morte. Attraverso l’Eucaristia, continua a dare la vita, cioè, la vita che è in Dio e viene da Dio. Questo è il significato delle parole di Gesù: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 57).

    3. Tutto questo è al centro del quarantaquattresimo Congresso Eucaristico Internazionale. Questo raduno del santo Popolo di Dio rivela chiaramente la vera natura della Chiesa (cf. Sacrosanctum Concilium, 41), la comunità di coloro che sono rinati a nuova vita. Unita in preghiera e rendendo grazie intorno all’altare, tutta la Chiesa è una con Cristo, il suo capo, il suo salvatore e la sua vita. Perché infatti la Chiesa vive - attraverso l’Eucaristia - la memoria della Passione, morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.

    Tutta la Chiesa è qui per onorare Cristo nell’Eucaristia; per ascoltare le parole di vita eterna, che Gesù ci ha dato; e per approfondire l’esperienza della Chiesa nel condividere il pane di vita che soddisfa il bisogno più profondo del nostro essere immortale: la fame del mondo per la “vita” che Dio solo può soddisfare.

    Nella “Statio Orbis” tutta la comunità cristiana rinnova la sua determinazione a condividere il “Pane di Vita” con tutti coloro che hanno sete di verità, di giustizia, di pace e di vita stessa. La comunità cristiana può fare questo solo diventando un effettivo strumento di riconciliazione fra l’umanità peccatrice e il Dio della santità, e tra i membri stessi della famiglia umana. L’Eucaristia è il sacramento dell’unità della Chiesa. La Chiesa, attraverso il suo rapporto con Cristo, è un tipo di sacramento o segno dell’unità di tutta l’umanità come anche un mezzo per raggiungere questa unità (cf. Lumen Gentium, 1).

    4. Le parole “Cristo, nostra Pace” sono state scelte come tema di questo congresso. Abbiamo sentito ciò che l’Apostolo proclama: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era framezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2, 13-14).

    L’Apostolo sta forse pensando al muro del tempio di Gerusalemme che divideva gli Ebrei dai gentili. Ma quanti muri e quante barriere dividono la grande famiglia umana oggi? Quante forme di conflitto? Quanti segni di sfiducia e di ostilità sono visibili nei Paesi di tutto il mondo?

    L’Est è diviso dall’Ovest; il Nord dal Sud. Queste divisioni sono l’eredità della storia e dei conflitti ideologici che così spesso dividono popoli che altrimenti desidererebbero vivere in pace e in fraternità gli uni con gli altri. Anche la Corea è segnata da una tragica divisione che penetra sempre più profondamente nella vita e nel carattere del suo popolo. La nazione coreana è il simbolo di un mondo diviso non ancora capace di diventare unito nella pace e nella giustizia.

    Tuttavia c’è una strada da percorrere. La vera pace - lo “shalom” di cui il mondo ha urgentemente bisogno - risalta sempre dal mistero infinitamente ricco dell’amore di Dio, il “mysterium pietatis” (cf. 1 Tm 3, 16), del quale san Paolo scrive: “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo (2 Cor 5, 19).

    Come cristiani siamo convinti che il mistero pasquale di Cristo rende presente e disponibile la forza della vita e dell’amore che supera il male e ogni separazione. I vostri antenati, ammirevoli nella fede, sapevano che “in Cristo” tutti sono uguali in dignità e tutti sono ugualmente meritevoli di attenzione amorevole e di sollecitudine. Proprio come i primi cristiani hanno descritto negli Atti degli Apostoli (cf. At 2, 42 ss.), essi coraggiosamente abolirono le inviolabili barriere fra le classi esistenti in quel periodo per vivere come fratelli e sorelle. I nobili padroni e gli umili servi sedevano insieme alla stessa tavola. Dividevano le ricchezze della loro nuova conoscenza di Cristo componendo catechismi e belle poesie di preghiera nel linguaggio della gente comune. Avevano le proprietà in comune così da aiutare i più bisognosi. Si prendevano amorevolmente cura degli orfani e delle vedove, di coloro che erano imprigionati e torturati. Giorno e notte perseveravano nella preghiera, rendendo grazie e fraternizzando. Ed erano felici di dare la vita per gli altri e al posto degli altri. Perdonavano e pregavano per coloro che li perseguitavano. La loro era una vita veramente eucaristica, un vero spezzare il pane che dà la vita!

    5. In questa assemblea della “Statio Orbis” proclamiamo dinanzi al mondo che Cristo, unico Figlio del Padre. continua a riconciliare i popoli “con Dio in un solo corpo per mezzo della croce distruggendo in se stesso l’inimicizia” (Ef 2, 16). “Gesù Cristo è la nostra pace” (cf. Ef 2, 14).

    Dall’Eucaristia nasce la missione e la capacità della Chiesa di offrire il suo specifico contributo alla famiglia umana. L’Eucaristia trasmette effettivamente al mondo il dono di Cristo nel momento del distacco “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14, 27). L’Eucaristia è il sacramento “della pace” di Cristo perché ricorda il sacrificio salvifico di Redenzione della Croce. L’Eucaristia è il sacramento della vittoria sulle divisioni che vanno dal peccato personale all’egoismo collettivo. La comunità eucaristica è però chiamata ad essere modello e strumento di un’umanità riconciliata. Nella comunità cristiana non possono esserci divisioni, né discriminazioni né separazioni tra quelli che spezzano il pane di vita intorno all’unico altare del sacrificio.

    6. Nell’approssimarsi del terzo millennio cristiano, l’urgente sfida che i cristiani devono affrontare in questo periodo storico, è quella di introdurre questa pienezza di vita, questa “pace” nella struttura e nel tessuto della vita di tutti i giorni, nella famiglia, nella società, nelle relazioni internazionali. Ma dobbiamo ascoltare attentamente le parole di Cristo: “Non come la dà il mondo, io la do a voi” (cf. Gv 14, 27). La pace di Cristo non è semplicemente assenza di guerre, tacere delle armi, non è nient’altro che la trasmissione dell’“amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5). Il nostro condividere il Corpo e il Sangue del Signore risorto non può essere separato dai nostri continui sforzi per condividere questo amore che rinvigorisce attraverso il servizio. “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19): fatelo per ciascuno di voi, come io l’ho fatto per voi e per tutti. Sì, noi dobbiamo non solo celebrare la liturgia, ma vivere veramente l’Eucaristia. L’Eucaristia ci obbliga
- a rendere grazie per il mondo, a rispettarlo e a condividerlo con gli altri in modo saggio e responsabile. a stimare e amare il grande dono della vita, specialmente di ogni vita umana creata, fin dal suo inizio, ad immagine di Dio e redenta da Cristo;
- ad avere cura e a promuovere l’inalienabile dignità di ogni essere umano attraverso la giustizia, la libertà e la concordia;
- ad offrire se stessi generosamente come pane di vita per gli altri com’è spiegato nel “Movimento Un Cuore Un Corpo”, affinché tutti possano essere uniti nell’amore di Cristo.

    7. Ogni Congresso Eucaristico Internazionale, ogni “Statio Orbis” è una solenne professione di fede della Chiesa nella buona Novella proclamata e realizzata nell’Eucaristia: “Signore, attraverso la tua Morte e Resurrezione ci hai resi liberi”.

    Nella grande assemblea del Congresso Eucaristico, qui a Seoul, su questa terra del continente asiatico, professiamo la vita che condividiamo attraverso la morte del Redentore. E preghiamo per tutti, per la Corea, per l’Asia, per il mondo: che tutti possano avere vita in loro stessi e averla in abbondanza (cf. Gv 10, 10).

    Facci diventare seme di vita per ognuno. Facci diventare strumenti della vera pace! Sia lodato Gesù Cristo. Amen.

CEBU-FLAGN

Profilo

    Il primo Comitato permanente per i Congressi Eucaristici Internazionali è nato in Francia nella primavera del 1881 con la benedizione di Leone XIII. Esso raccoglieva i frutti dell’apostolato di san Pierre-Julien Eymard, «apostolo... Continua


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