TESTA.SEUL

 

44. SEOUL (Corea) dal 5 all'8 ottobre 1989.

Organizzato da: Cardinal Stephen Kim, Arcivescovo di Seoul.

Presidente: Legato Pontificio Cardinale Roger Etchegaray.

Segretario generale: S.E. Mons. Peter U. Kang.

Tema:

"Christus pax nostra".

 

Per la prima volta, un Congresso eucaristico internazionale è stato celebrato in estremo oriente, a Seoul, capitale di una nazione ancora divisa. Il ruolo crescente delle comunità cristiane in un paese dall’anima confuciana. La Chiesa coreana, giovane e rigogliosa, ha trasformato l’assise internazionale in un grande movimento di maturazione.

 

    In Corea, il tema della pace e della riconciliazione è sentito più fortemente che mai. La penisola «del caldo mattino» è infatti ferita, al 38° parallelo, da una divisione lacerante. A nord resiste dal 1953 uno degli ultimi governi stalinisti del mondo guidato dalla «dinastia» di Kim Il Sung, assolutista e chiusa. Non stupisce per esempio che, da ormai 40 anni, non filtrino notizie attendibili sulla Chiesa nord-coreana. Si sa dell’esistenza – nonostante le vessazioni del regime marxista – di alcune migliaia di cattolici mentre è sconosciuto il destino subito da vescovi e preti. Nella Pasqua del 1988 due cattolici nord-coreani poterono assistere alla messa celebrata dal papa a Roma, e dichiararono che era la prima messa da loro ascoltata dopo 40 anni!

    A sud si sta, invece, affermando un democrazia liberale che, negli ultimi anni, ha saputo affrancarsi dai militari spingendo il paese verso una rapida industrializzazione e con un ritmo di crescita economica che supera, addirittura, quello giapponese.

    Se le due Coree si fronteggiano vigili, apparentemente impermeabili alle reciproche dichiarazioni di buona volontà, milioni di coreani continuano tenacemente a coltivare il sogno di una riunificazione per ora ancora impossibile. A tutt’oggi, infatti, neppure le lettere possono oltrepassare la barriera di Panmunjon.

 

«Cristo nostra pace» al 38° parallelo

    In questa situazione, il 44mo Congresso eucaristico Internazionale focalizzato sul tema «Cristo nostra pace», celebrato dal 5 all’8 ottobre 1989 a Seoul – già capitale olimpica l’anno precedente – è stato un momento significativo e non solo per i cattolici. L’Eucaristia vi è stata vissuta come il radunarsi di una sola famiglia intorno alla stessa mensa, come la celebrazione di una speranza che è di tutti i coreani.

    L’assise internazionale è stata poi un momento di maturità per la giovane Chiesa coreana. L’atto di nascita di questa comunità dell’estremo oriente è segnato dal battesimo di Lee-Sung, avvenuto a Pechino nel 1784. Da allora, quasi spontaneamente, con l’impegno dei laici e la testimonianza cruenta dei martiri, i cristiani hanno acquistato un posto ineliminabile nella cultura coreana.

    La Chiesa cattolica in Corea del Sud ha esperimentato - in tempi recenti - una rapidissima crescita. Attualmente, il numero di quanti chiedono il battesimo e così grande che le parrocchie impegnano gran parte delle loro forze solo per questo.

    Più della metà dei quasi tre milioni di cattolici coreani sono stati battezzati negli ultimi anni. Una Chiesa, quindi, giovane e dinamica, fonte di speranza e di ispirazione per le sue ferme prese di posizione in favore della verità, della giustizia, della dignità umana.

 

Non competizione ma dialogo

    In quello che fu – una volta – il regno unito di Shilla, molte delle grandi religioni tradizionali del mondo collaborano alla costruzione di una cultura del tutto particolare. Buddismo, Shamanesimo, Confucianismo, Taoismo: ciascuna di queste ha un posto speciale nella tradizione della Corea, e la celebrazione del Congresso eucaristico qui ha ricordato che la Chiesa cerca il dialogo, non la competizione, con le altre grandi religioni tradizionali del mondo.

    Come in molti altri paesi, il crescente avvicinamento al modello di sviluppo occidentale, ha spinto un grande numero di giovani a lasciare i loro villaggi per lavorare nelle industrie e negli uffici o per frequentare scuole ed università. Il risultato è dappertutto lo stesso: perdita dei valori tradizionali, allentamento dei legami parentali profondamente radicati, ridimensionamento della vita familiare, crescita dell’individualismo, solitudine e sfruttamento.

    Il Congresso eucaristico ha voluto rispondere a queste sfide indicando a tutti i Coreani, incapaci di seguire più a lungo i modelli tradizionali, che nel Vangelo e nella comunità eucaristica possono trovare una nuova espressione di vita e di condivisione per il mondo di oggi.

    Il Congresso Eucaristico ha segnato infine, per quanti – da ogni parte del mondo – si sono sobbarcati un viaggio lungo ed impegnativo per raggiungere la Corea, la possibilità di uscire dai confini spesso ristretti del proprio paese. Il linguaggio e l’alfabeto coreano sono unici in molti modi, così come la storia, la cultura e il territorio di questa penisola radicata nel continente cinese. Per questo, celebrando qui il Congresso eucaristico i cristiani di ogni parte del mondo hanno ricordato che il Vangelo può essere annunciato in molti modi e che solo attraverso un amore che raggiunge ogni uomo, si può scoprire il pieno significato dell’espressione «famiglia umana».

 

Uno specchio fedele

    Oggi, per la prima volta nella storia, la maggioranza dei cattolici non è più europea né nord americana ma vive nell’America Latina, in Africa e in Asia, in paesi dove la vita è difficile per la gran parte della gente e dove il fatto di essere cristiani fa una grande differenza. La Chiesa non è mai stata così «cattolica» né si è mai confrontata con sfide così universali. Sfide che anche i Congressi eucaristici rispecchiano sempre più fedelmente.

    L’ultimo, tenuto a Nairobi nel 1985, puntò la sua riflessione sull’«Eucaristia e la famiglia». Il Congresso del centenario si svolse a Lourdes sul tema «Gesù, pane spezzato per un mondo nuovo». Prima ancora, a Filadelfia, il tema «L’Eucaristia e la speranza della famiglia umana» aveva introdotto una profonda riflessione sul legame tra l’Eucaristia e la tragedia della fame nel mondo.

    Ma anche quella non era la prima volta che l’Eucaristia veniva calata nel contesto dei problemi sociali concreti. Ricordo, per esempio, che nel 1964, per segnare l’apertura del Congresso eucaristico di Bombay, Paolo VI fece distribuire 30.000 sacchi di farina agli affamati. E già tutte le domande e i problemi che oggi ogni Congresso eucaristico – sia locale che internazionale – sottolinea, erano racchiusi nel tema del Congresso di Bogota: «Le implicazioni dell’amore».

    Per la prima volta, inoltre, in un simile incontro internazionale, ha avuto occasione di affermarsi quello che viene definito come «lo spirito di Assisi». La giornata del 4 ottobre è stata infatti dedicata alla pace con la preghiera comune tra le diverse confessioni e le religioni non cristiane.

 

La ripresa di un’antica tradizione

    Seoul ha rispecchiato fortemente il cambiamento di prospettiva maturato per la prima volta nel Congresso di Monaco di Baviera nel 1960 che alla tradizionale centralità delle «opere eucaristiche» e della processione-trionfo dell’Eucaristia sostituì la celebrazione del mistero pasquale come statio orbis. Prospettiva questa, che anticipava il Concilio e la riforma liturgica.

    Per questo la celebrazione del Congresso di Seoul è stata strutturata sulla falsariga del Triduo Santo Pasquale. Così, dopo la messa di apertura celebrata giovedì 5 ottobre dal Cardinale Etchegaray, legato pontificio, i sacerdoti coreani presenti hanno preso in consegna il pane eucaristico e, in una specie di simbolica processione, l’hanno portato – sui pullman stracolmi – nelle loro chiese parrocchiali dove è stato distribuito a quei fedeli in attesa che non avevano potuto partecipare alla cerimonia d’apertura.

    Alla consueta processione (è la prima volta, nella storia più che centenaria dei Congressi eucaristici, che non si tiene tale manifestazione!) si è preferita – con una variazione liturgica possibile solo in una Chiesa davvero matura – la ripresa di una significativa tradizione antica che ben sottolinea il senso dell’Eucaristia portata attraverso la città dell’uomo con lo scopo di una partecipazione più grande al gesto dello spezzare il pane. Non più un «passaggio processionale» per il trionfo, ma l’accoglienza di un cibo generosamente distribuito per la comunione nella carità.

    La sera di quello stesso giorno poi, le famiglie che ospitavano i pellegrini si sono radunate, nelle diverse parrocchie, per un’«agape» nella quale si è condiviso fraternamente, con gioiosa ospitalità, la preghiera e il cibo con i cristiani stranieri venuti per l’occasione.

    Quella sera anch’io mi sono seduto intorno alla bassa tavola imbandita, preparata da alcune famiglia della parrocchia che gravita intorno al Cargo Truck Terminal. Dopo le presentazioni, uno dei capofamiglia ha letto alcuni brani biblici riguardanti la cena pasquale. La bambina che era accanto a me, chiarissimi occhi a mandorla sotto un caschetto di capelli neri e lucenti ha ripetuto, a quel punto, le domande antiche di ogni pasqua: «Papà, perché questa sera facciamo festa? E perché mangiamo il pane»? E il ricco imprenditore privato che ogni mese condivide con i poveri parte dei suoi profitti ha risposto, socchiudendo gli occhi alla maniera orientale: «Noi facciamo festa perché Gesù ha dato la sua vita per noi e questo pane ci ricorda che egli si è fatto nostro cibo».

    Il venerdì, giorno di conversione, è stato occupato da una lunga liturgia penitenziale che si è protratta fino alle prime ore del sabato. In quel giorno, il papa, ha celebrato la messa dei giovani, «per l’unità e la pace». I giovani coreani, che stanno passando una crisi nello stesso tempo personale e generazionale, sociale e culturale, sono affamati di parole di vita. Le loro speranze – espresse in questi ultimi anni con manifestazioni di piazza non sempre pacifiche – sono grandi ed impazienti, così come è grande la loro delusione e la loro solitudine.

 

«Amati giovani coreani...»

    Il papa, rivolto ad essi nel gremitissimo catino dello stadio di atletica, all’interno del parco olimpico, ha esordito così: «Voi giovani di Corea che desiderate essere gli artigiani di un vero progresso nella storia del vostro paese, siete chiamati da Cristo non a distruggere ma a trasformare e costruire. La violenza distrugge, l’amore trasforma e costruisce».

    Prendendo poi lo spunto dal battesimo amministrato per l’occasione a 12 studenti ha aggiunto: «Amati giovani coreani, è la vita nuova in Cristo ciò che voi potete donare ai vostri amici e al vostro paese. Cristo è la fonte di un nuovo stile di vita che nasce da un profondo cambiamento del cuore e porta alla solidarietà nel servizio. Voi siete testimoni delle sofferenze del vostro sofferto personalmente per la loro sete di giustizia. Come giovani cattolici voi dovete sapere che la rinascita cui voi aspirate non può venire dall’odio e dalla violenza».

    Quasi in risposta a questo appello, i giovani hanno offerto al pontefice un mosaico rappresentante una bottiglia molotov, una bomba lacrimogena ed una bibbia, segno inconsueto – per una messa papale – di una esperienza giovanile del tutto particolare.

 

Una domenica d’ottobre a Yoido Plaza

    Domenica 8 ottobre, Yoido Plaza era stracolma di più di 650.000 fedeli coreani, distribuiti ordinatamente secondo diversi colori sull’enorme spianata che è il centro della nuova Seoul commerciale e tecnologica, su un ansa dell’Han River. Alla statio orbis erano presenti 23 cardinali, 218 vescovi e più di 2.000 preti coreani e stranieri, insieme con i rappresentanti di tutti i cattolici del mondo, compresi quelli di molti paesi comunisti come Cina, Lituania e Ungheria e Viet-Nam. Mancavano solo i rappresentanti della Chiesa nordcoreana, attesi invano per tutta la durata del Congresso.

    Il tema della messa era «Pace su tutta la terra». Nella sua omelia il papa, dopo aver ricordato che le divisioni del mondo sono l’eredità della storia e dei conflitti ideologici, ha aggiunto che «la Corea è segnata da una divisione tragica che incide profondamente nella vita e nel carattere del paese... La nazione coreana simboleggia un mondo diviso che non è ancora capace di unirsi nella giustizia e nella pace».

    Prima di lasciare l’enorme ed attentissima assemblea il papa, nell’Angelus, ha aggiunto: «Noi non possiamo non raccomandare a Maria, con un profondo affetto, con speranza e desiderio, il popolo della Corea del Nord e particolarmente la sua comunità cattolica. Noi preghiamo per coloro che, genitori e figli, fratelli e sorelle, amici e parenti sono ora separati ma attendono, con immensa speranza, di essere riuniti in una sola famiglia».

    Le impressioni ricevute dall’osservatore straniero, nel corso di questo Congresso eucaristico, sono positivamente univoche. La prima impressione è quella di una comunità cristiana giovane che, provata dalla sofferenza della divisione nazionale, sta maturando solidamente attraverso gesti «eucaristici» di condivisione, di accoglienza, di pace e di testimonianza. In mezzo a questo popolo ricco ed austero, laborioso e moderno, nella grande e spendida città di Seoul, ci è sembrato di cogliere un modello di Chiesa di cui l’Eucaristia è il respiro profondo.

    La seconda impressione è quella di una accoglienza generosa. Chi ha avuto modo di vivere per qualche giorno in una famiglia coreana, è rimasto meravigliato dal modo in cui la tradizionale ospitalità orientale si è trasformata in un valore autenticamente evangelico. Condivisione con i poveri, partecipazione a programmi di aiuto sociale, apertura agli stranieri, desiderio di scambio e di conoscenza reciproca, sono la caratteristica di quasi tutte le famiglie cristiane.

    L’ultima impressione è quella di una Chiesa dove i laici davvero contano e sono soggetti di evangelizzazione con una grande capacità di testimonianza e di trasmissione della fede, incominciando dalle famiglie. Una delle ultime sere della mia permanenza a Seoul, il figlio del signor Lee Yang – mio ospite – compiva 17 anni. Prima di spegnere le tradizionali candeline, tutta la famiglia riunita ha pregato per questo figlio, invocando la benedizione di Dio. Davvero un bel modo di festeggiare.


Vittore Boccardi

Nella foto di testa: la statio orbis finale a Yoido Plaza.

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